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Como-Parma, Fàbregas dopo il Lipsia: «Champions speciale, ora servono energia, recupero e continuità»
Dal Lipsia al Parma: turnover, difesa e Baturina nelle parole di Cesc alla vigilia della sfida con gli emiliani
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Dom 13 Settembre 2026 16.00
Cesc Fàbregas, tecnico del Como
Mozzate,

Quattro giorni dopo il 4-1 al Lipsia nell’esordio assoluto in Champions League, il Como deve già cambiare pagina.

Lunedì alle 18.30 al Sinigaglia arriva il Parma e Cesc Fàbregas, come aveva anticipato subito dopo la notte europea, vuole riportare immediatamente il gruppo sul campionato.

 

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LA CONFERENZA DI FÀBREGAS

Dopo una serata come quella di Champions, come si fa lo switch immediato sul campionato e a mantenere il focus sul Parma?

«L’emozione di giocare la prima partita di Champions ovviamente ti carica e ti fa vivere qualcosa di diverso. Io mi ricordo ancora, dopo 17 anni, la sensazione del mio debutto. Ma anche dieci anni dopo la Champions ti dà un’energia particolare e motiva il giocatore diversamente.

Dobbiamo però essere bravi a trovare quell’energia in ogni partita, indipendentemente che sia Coppa Italia, Serie A o Champions. E soprattutto bisogna recuperare bene, mangiare bene, bere bene. È molto più facile recuperare quando giochi una volta alla settimana rispetto a ogni tre giorni.

Ogni gara richiede qualcosa di diverso: magari devi difendere di più, attaccare di più, affrontare un blocco basso oppure giocare uomo contro uomo. La preparazione diventa sempre più specifica e ci sono tante informazioni da dare ai ragazzi. Anche noi dobbiamo essere bravi a capire chi è pronto e chi no, conoscendo bene i giocatori e le loro dinamiche. Da Cunha, per esempio, è uno che praticamente è sempre a disposizione e non si ferma mai in allenamento. Altri hanno bisogno di recuperare diversamente durante la stagione».

Il Parma ha un punto ed è reduce dal pareggio con il Monza. Sta pensando a un turnover importante oppure continuerà con il blocco che ha giocato maggiormente finora?

«Mancano ancora più di 24 ore e in 24 ore un giocatore può recuperare molto. Oggi la squadra si è allenata molto bene e sono tutti a disposizione.

Sappiamo l’importanza della partita. Il Parma è una squadra molto, molto organizzata, sa quello che vuole fare, ha giocatori di buon livello e un allenatore che è lì già da un anno e conosce bene il campionato e la propria squadra.

Sicuramente verranno qui per fare una grande partita e proveranno anche a capire se noi siamo un po’ stanchi dopo giovedì. Io, al loro posto, penserei la stessa cosa. Dobbiamo essere bravi a gestire tutto questo e presentarci domani con grandissima energia».

 

Il Como ha concesso poco, ma non è ancora riuscito a trovare continuità nei clean sheet. C’è qualcosa da migliorare nella fase difensiva?

«Sono d’accordissimo sul fatto che ci siano sempre cose da migliorare. La perfezione nel calcio non esiste. Anche contro il Lipsia non abbiamo concesso molto e a Genova praticamente abbiamo concesso un tiro in porta e preso un gol.

L’altro giorno il gol è arrivato sul 4-0, dopo un’uscita da dietro nella quale abbiamo commesso un piccolo errore. Arrivavamo anche da due o tre minuti con transizioni molto veloci avanti e indietro e magari eravamo un po’ stanchi. Però a questo livello un piccolo errore può penalizzarti e loro ci hanno penalizzato. Mi è piaciuta molto, soprattutto, la reazione dopo quell’errore.

L’anno scorso abbiamo fatto 21 clean sheet, ma non significa che in quelle 21 partite non abbiamo concesso occasioni. Magari una volta hanno preso il palo, Butez ha fatto una grande parata oppure Kempf ha fatto un blocco incredibile all’ultimo secondo. Non sempre il risultato riflette esattamente ciò che è successo.

Ci sono poi giocatori nuovi, Chalobah, Yan Couto arrivato da poco: bisogna conoscersi e gestire tante cose. Sono molto contento di come i ragazzi lavorano, ascoltano e chiedono informazioni. Piano piano dobbiamo essere sempre più uniti e compatti».

 

Finora ha utilizzato molto spesso lo stesso blocco. Può esserci spazio domani anche per chi ha giocato meno o è rimasto fuori dalla lista Champions?

«Sono tutti disponibili e tutti possono giocare. Anch’io devo fidarmi dei dati fisici, di quello che mi dicono il dottore, il preparatore e i fisioterapisti. Facciamo anche le analisi ogni mattina per capire chi ha recuperato meglio, chi ha un picco più alto e chi magari è più stanco.

Sono tante informazioni da ascoltare. E mancano ancora 24 ore: in questo momento sono tante. Questa volta non è che non voglio dirvelo: ci sono davvero tre, quattro, cinque giocatori sui quali ho ancora qualche interrogativo. Oggi si sono allenati molto bene e domani possono tranquillamente giocare.

Io sono stato anche giocatore e quando uno sta bene, si sente bene e le dinamiche sono positive, per me è difficile cambiarlo. Però vedremo. Ci saranno tante partite e, soprattutto dopo la sosta, avete visto il calendario: sarà difficile immaginarne uno peggiore, giocando praticamente ogni tre giorni. In quel periodo ci saranno sicuramente più cambiamenti. Adesso penso che la squadra stia bene».

 

Quanto è allenabile l’utilizzo del corpo, la postura e la capacità di proteggere il pallone?

«È molto allenabile. Io non vedo il calcio che vogliamo giocare senza una buona postura. Dentro la nostra idea vogliamo giocare il più possibile in avanti: avanti, avanti, avanti.

Per giocare in avanti devi avere una determinata postura. Se ricevo con il corpo girato verso la mia porta sarà sicuramente più difficile giocare davanti. Se invece ricevo in modo da vedere la palla e la porta avversaria, avrò sempre un vantaggio e potrò trovare più soluzioni.

Ci sono giocatori che lo hanno naturalmente dentro e con loro non bisogna essere troppo pesanti. Altri possono migliorare molto. Ricordo tantissimi lavori alla cantera del Barcellona su questo aspetto e anche Arsène Wenger ci lavorava moltissimo».

 

Dopo il Lipsia il Como è stato esaltato praticamente ovunque, anche da chi in passato aveva criticato il progetto. Come vive questo improvviso cambio di giudizio?

«Sono sempre stato molto tranquillo e stabile su questo e penso che voi che siete qui lo sappiate. Adesso è il momento di restare tranquilli, non di esaltarsi perché le cose stanno andando bene.

Cosa significa che stanno andando bene? Abbiamo vinto tre partite. La Champions ha un impatto mediatico più alto, sicuramente, ma io credo tantissimo nella stabilità e nella serenità.

Quando va tutto male sei scarso e quando va tutto bene sei il migliore. Ma le dinamiche del calcio cambiano ogni giorno e ogni partita. Dobbiamo essere bravi a capirlo e a escluderci da tutto questo mondo. Meno si legge e meno si guarda tutto quello che viene detto, più facilmente si può fare il proprio lavoro, sia nei momenti buoni sia in quelli meno buoni».

 

Sono arrivati tanti giocatori nuovi, eppure sembrano essersi inseriti immediatamente. L’ambiente e il gruppo sono uno dei segreti di questo Como?

«Spero di sì. Mi piacerebbe pensare che sia così perché l’ambiente è molto importante, non soltanto per i nuovi giocatori. Abbiamo anche persone della Primavera che stiamo cercando di portare dentro lo staff per aiutarci e per permettere loro di crescere.

Vogliamo creare persone di Como e del Como. Non deve sempre arrivare tutto da fuori: vogliamo essere preparati, in futuro, ad avere un club forte anche con persone cresciute qui.

Ormai siamo anche un po’ abituati ai cambiamenti: in questi due anni e mezzo abbiamo avuto finestre di mercato con otto, nove, dieci o dodici nuovi giocatori. Ma il gruppo è sempre molto disponibile ad aiutarsi.

Quando valutiamo di portare qui un giocatore, per me l’aspetto umano è importantissimo. Chi arriva deve sapere che dovrà adattarsi a un certo modo di lavorare e di stare insieme. Credo che umanamente questo sia un gruppo molto forte e questo aiuta».

 

In estate avete pensato concretamente al ritorno di Diego Carlos?

«Ho una grandissima stima di Diego. Ho parlato con lui praticamente tutta l’estate, abbiamo un grandissimo rapporto ed è vero che è sempre stato nei nostri pensieri.

Per diverse dinamiche non è potuto succedere. Quando abbiamo capito definitivamente che non saremmo riusciti ad andare su di lui abbiamo avuto una conversazione bellissima.

È un grandissimo ragazzo, ha una grandissima famiglia e l’anno scorso ci ha dato una mano incredibile. Ci ha aspettato fino alla fine anche quest’estate e poi, per qualche piccolo dettaglio, non è successo.

Voglio soltanto ringraziarlo. Quando arrivò eravamo in un momento particolare: c’era praticamente soltanto Kempf, Dossena era infortunato e Jacobo Ramón era appena arrivato a vent’anni senza avere praticamente mai giocato da professionista. Diego ha avuto quell’opportunità, ha spinto tantissimo per venire e ci ha aiutato enormemente a fare quello che abbiamo fatto».

 

Da fuori quello del Como può sembrare quasi una favola. Quanto sentite il rapporto con la città e con i tifosi?

«Da fuori può sembrare una favola perché è successo tutto molto velocemente. Ma io ho studiato la storia del Como, so da dove arriva, quello che ha sofferto, quello che ha fatto tanti anni fa, cosa significa il Sinigaglia e cosa significa giocare qui contro il Como.

Il Como ha una storia bellissima e negli ultimi vent’anni ha sofferto. Adesso abbiamo alzato il livello in un modo che magari tante persone della città non si aspettavano e loro devono goderselo.

Siamo noi che dobbiamo dare il sogno a loro e loro, attraverso il loro sostegno, ci aiutano e ci fanno sentire liberi.

Ricordo ancora una delle mie prime volte al Sinigaglia: la curva mi fece pensare “wow, dove sono?”. Anche giocatori che hanno giocato in stadi incredibili arrivano qui e percepiscono che c’è qualcosa di speciale.

La cosa più bella è essere tutti insieme. Nei momenti belli e in quelli meno belli. Più siamo uniti tra tifosi, giocatori e staff, più sono convinto che questo progetto possa andare avanti».

 

Ha parlato spesso delle “mini-partite” dentro la partita e quest’anno avete utilizzato più volte il passaggio dalla difesa a quattro a quella a tre. Manca eventualmente un giocatore di sinistra capace di fare il braccetto e poi tornare nella linea a quattro?

«A destra abbiamo sicuramente più possibilità, per esempio con Smolcic. Anche Kambwala, se guardate alcune sue partite contro Vinícius, Nico Williams o contro il Barcellona, ha giocato anche da terzino destro o comunque in quelle zone.

Il mercato non è mai perfetto, può sempre mancare qualcosina. Anche Álex Valle sta crescendo tantissimo e potrebbe eventualmente fare quel lavoro a sinistra.

Però la nostra idea non parte mai dalla difesa a tre. Deve essere soltanto un’opportunità che utilizzi quando vedi che in quel modo puoi vincere o gestire meglio la partita. Può succedere per dieci minuti, venti minuti, ogni tre o quattro partite oppure più spesso.

Se dobbiamo adattare qualcuno, la cosa più importante è la mentalità e aiutarlo a capire quello che vogliamo da quel ruolo in quel momento. Io preferisco sempre partire da quello che siamo noi e poi, se durante la partita dobbiamo cambiare, cambiamo».

 

Chalobah a sinistra è nel suo ruolo ideale oppure pensa che a destra potrebbe rendere ancora qualcosa in più?

«A sinistra sta molto bene. Ha già giocato tante volte lì. Sergio Ramos ha giocato tantissimo a sinistra, Van Dijk gioca a sinistra, Piqué ha giocato molte volte a sinistra.

Per me non è un problema. Quando l’idea è chiara, quando hai gli aiuti giusti davanti e le relazioni funzionano, il lato non rappresenta un problema».

 

Diao e Baturina stanno avendo un impatto molto importante in questo inizio di stagione. Come giudica la loro crescita?

«Come tutti, stanno facendo bene. La cosa più importante è capire quanto riusciranno a mantenere questo livello con continuità. Non sono un grande fan del picco altissimo e poi del calo: mi piace la continuità.

Diao sta andando a un livello superiore rispetto a prima. Aveva già avuto un impatto importante quando era arrivato, poi ha avuto tanti infortuni. Per un giocatore giovane è difficile: l’anno scorso alcune volte lo vedevo più disturbato dalla situazione, quando sentiva qualche piccolo fastidio diventava più nervoso, aveva paura. Adesso lo vedo molto tranquillo e sereno. Ha trovato la strada giusta dopo un lungo infortunio.

Martin è diverso. È un giocatore un po’ anarchico: sente dove deve giocare.

Se analizzate il primo gol dell’altro giorno e guardate soltanto Martin è incredibile tutto quello che fa. Parte aperto, va fuori, fa un piccolo dribbling, conduce, passa, gioca indietro, continua a muoversi senza quasi mai accelerare. Alla fine si ritrova dall’altra parte del campo.

Legge la postura del centrale, apre il corpo, crea l’uno contro uno di Diao, fa il passaggio in profondità e poi ha la forza, l’ambizione e la fame di sprintare dentro l’area. E infine ha anche la qualità tecnica, praticamente scivolando, per fare l’ultimo dribbling e metterla sul palo.

Se guardate soltanto Baturina durante tutta quell’azione capite che tipo di giocatore è.

Ha 23 anni ed è dentro un processo. È arrivato l’anno scorso, ha trovato piano piano il suo posto, è cresciuto, è andato molto bene al Mondiale e adesso è tornato con grande fiducia.

Bisogna distinguere però tra la fiducia arrogante e la fiducia di chi si sente forte e pensa: “Io posso spaccare tutte le partite perché so quello che so fare”. Lui ha una buona mentalità, è un gran ragazzo, ha fiducia in se stesso e sa che giocatore è. Sono molto contento, ma come per tutti spero soprattutto che possa continuare così».

 

ORA IL PARMA

La notte con il Lipsia resta nella storia, ma nella testa di Fàbregas il passaggio successivo è già cominciato. Nessun turnover prestabilito, decisioni rimandate alle ultime ore e grande attenzione ai dati del recupero: il Como che affronterà il Parma dipenderà anche dalle risposte fisiche dei giocatori tra oggi e lunedì.

Il principio, invece, non cambia. La Champions può dare un’energia speciale; la sfida di Fàbregas è riuscire a ritrovarla anche alle 18.30 di un lunedì di Serie A.

 

 

LA STAGIONE DEL COMO 

  


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