Como,
La vicenda di Marco Palestra, ormai promesso sposo del Chelsea, che ha superato la concorrenza dell’Inter, offre uno spunto che va oltre il mercato dei grandi club. Perché al netto delle cifre, e delle logiche del professionismo, il tema rimane lo stesso anche più in basso: il rapporto, spesso malato, tra denaro e crescita.
Nel calcio dilettantistico, il copione si ripete ogni estate, in scala ridotta ma con dinamiche fin troppo simili per essere ignorate. Non si tratta di milioni, naturalmente, ma ci sono promesse, contratti e rimborsi, piccole differenze economiche che finiscono per orientare scelte che dovrebbero essere prima di tutto tecniche e umane. E così capita di vedere ragazzi cambiare ambiente per qualche centinaio o decina di euro in più, lasciare società dove avrebbero avuto fiducia e continuità soltanto perché dall’altra parte c’è un’offerta più "pesante".
Il punto non è fare moralismo. Nel calcio, a qualsiasi livello, l’aspetto economico esiste e conta. Sarebbe ipocrita negarlo. Il problema nasce quando diventa il criterio principale, quasi l’unico. Perché allora finiscono in secondo piano l’allenatore, il progetto, il contesto, la possibilità di migliorare davvero. E invece, soprattutto tra i giovani, dovrebbero essere proprio questi i fattori determinanti.
Nel dilettantismo, però, c’è un aspetto ulteriore che nel professionismo pesa molto meno: quello dei rapporti umani. Perché il calcio a quei livelli non è soltanto questione di classifica, ambizione o rimborso spese. È anche amicizia, appartenenza, spogliatoio, legami costruiti e duraturi nel tempo. È anche il piacere di stare dentro un gruppo, di condividere un percorso, di fare sport in un ambiente che abbia un valore, appunto, umano prima ancora che tecnico.
Ed è proprio per questo che certe scelte fanno ancora più rumore. Perché nel calcio di provincia non si lascia soltanto una maglia: a volte si lasciano compagni di una vita, amicizie nate da ragazzi, rapporti costruiti in anni di allenamenti, trasferte, sconfitte e vittorie. Tutto questo, spesso, per inseguire qualche euro in più. Una scelta legittima, certamente, ma che purtroppo dice molto su cosa è diventato il calcio di oggi.
Nel nostro territorio si parla spesso di valorizzazione, di percorso, di pazienza, di lavoro. Poi però, al momento delle scelte, troppe volte prevale la logica opposta: quella del tutto e subito. Come se il valore di un giocatore coincidesse automaticamente con quanto viene pagato. Ma il valore e il prezzo non sono la stessa cosa.
Per questo il caso Palestra, se letto con un minimo di profondità, parla anche ai campi di provincia. Non perché professionismo e dilettanti siano la stessa cosa, sia chiaro, ma perché la domanda di fondo resta identica: conviene scegliere ciò che paga di più o ciò che aiuta a crescere davvero, anche come persona? Nel lungo periodo, quasi sempre, è la seconda strada a lasciare qualcosa di vero e autentico.
Matteo Valentino
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