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Fabregas, l'allenatore "senza manuale" che lavora con i dati... ma si fida solo di sè stesso
In un'intervista al Telegraph, il tecnico del Como ha parlato della sua esperienza e dei suoi maestri
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Mar 5 Maggio 2026 16.20
Cesc Fabregas, allenatore del Como (foto Roberto Colombo)
Como,

Cesc Fabregas non ha fretta. E forse è questa, oggi, la notizia più importante. Nell’intervista concessa al Telegraph, l’allenatore del Como ha offerto una fotografia molto nitida del suo presente: un progetto che sente suo, una società che lo segue, una visione calcistica condivisa e un futuro che non ha bisogno di essere bruciato in anticipo.

Fabregas ha ribadito il suo amore per la Premier League, ma ha anche chiarito che il richiamo dell’Inghilterra non significa alcuna corsa verso l’uscita da Como...

 

 

Un allenatore nato senza manuale

Il passaggio più umano dell’intervista riguarda l’inizio della sua carriera in panchina. Fabregas racconta di non aver avuto il tempo di pianificare tutto con calma: si è ritirato e, quasi di colpo, si è ritrovato allenatore, costretto a imparare strada facendo. È un dettaglio che spiega bene il suo profilo attuale: un tecnico giovane, ma con una cultura calcistica fortissima, costruita prima da calciatore e poi affinata nel confronto quotidiano con i grandi maestri del suo passato.

 

Wenger, Conte e gli altri maestri

Nel racconto di Fabregas emergono soprattutto due figure simboliche: Arsène Wenger e Antonio Conte. Del primo parla come di un riferimento costante, una presenza che continua a farsi sentire anche ora con messaggi dopo le partite, segno di un rapporto rimasto vivo e di una stima che va oltre il tempo. Conte, invece, rappresenta l’altra faccia della formazione: durezza, intensità, richieste estreme, uno shock iniziale che però gli ha lasciato in eredità una lezione fondamentale sulla disciplina e sulla cura del dettaglio.

Fabregas non nasconde che allenarsi con Conte fosse duro, ma proprio per questo utile: un ambiente nel quale ogni allenamento era una prova e ogni correzione diventava conoscenza. L’idea che emerge è quella di un allenatore che assorbe, filtra e rielabora, senza imitare nessuno in modo passivo.

 

Il progetto Como

La parte più rilevante, per il presente del Como, è la descrizione del rapporto tra Fabregas e il club. Lo spagnolo racconta di essere coinvolto in prima persona nelle scelte calcistiche e di avere accanto un presidente che si fida del suo giudizio, oltre a un direttore sportivo che lavora con lui ogni giorno e ne condivide la visione. È un dettaglio sostanziale, perché spiega perché il Como non sia percepito da Fabregas come una semplice tappa di passaggio, ma come un progetto costruito con una forte coerenza interna.

Fabregas sottolinea anche l’importanza dello scouting e dei numeri, ma lascia intendere che per lui le statistiche non bastano: prima deve esserci la convinzione tecnica, personale, quasi istintiva sul giocatore da prendere. In un calcio sempre più data-driven, la sua posizione è interessante: i dati servono, ma il giudizio dell’allenatore resta decisivo.

 

Premier League, ma senza ansia

Il messaggio più chiaro sull’avvenire è anche il più onesto: la Premier League resta per Fabregas il campionato migliore del mondo, da sempre. Tuttavia, questo non si traduce in una chiamata alle armi per il ritorno immediato in Inghilterra. Al contrario, il tecnico del Como apre a uno scenario molto più dilatato: potrebbe restare in Italia dieci anni e approdare in Premier anche tra dodici o quindici, senza che questo contraddica il suo percorso.

È una frase che vale doppio. Da un lato fotografa la sua ambizione, dall’altro sgombra il campo dalle letture frettolose: Fabregas non sta usando Como come trampolino da consumare in fretta, ma come un luogo in cui crescere davvero. E proprio questo rende il suo profilo più forte anche agli occhi dei club stranieri: un allenatore che non rincorre la prima occasione, ma che costruisce credibilità.

 

Un’identità già riconoscibile

Sul piano sportivo, l’intervista si inserisce in un momento in cui il Como ha già conquistato attenzione per qualità di gioco e capacità di stare dentro partite importanti. Le parole di Fabregas confermano che l’obiettivo non è soltanto ottenere risultati, ma consolidare un’identità tecnica e societaria. Il club lariano appare, nelle sue parole, come una realtà che non vuole vivere di improvvisazione, ma di metodo e continuità.

Questo è il punto che rende l’intervista interessante anche oltre il nome del protagonista. Fabregas non si limita a dire che sta bene a Como: spiega perché ci sta bene, quale struttura lo sostiene e quale idea di calcio vuole portare avanti. In controluce, c’è la fotografia di una società che prova a salire di livello non soltanto con gli investimenti, ma con una linea tecnica riconoscibile.

 

La frase che resta

Tra tutte le dichiarazioni, quella che resta più impressa è probabilmente la più semplice: il calcio cambia in un secondo, quindi conviene godersi il momento. È una frase che racconta molto del Fabregas di oggi, meno impulsivo di quanto lo si immagini da fuori, più consapevole della precarietà del mestiere e più attento a dare valore al presente.

Per Como, è una buona notizia. Per Fabregas, anche. Perché il suo percorso da allenatore sembra costruito su una qualità rara: la pazienza, senza rinunciare all’ambizione.


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